Dopo-Cina, ecco le nuove fabbriche del mondo | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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Il declino della Cina come grande fabbrica del mondo sta scritto nelle etichette delle scarpe da ginnastica. Fare le scarpe è semplice e costa poco, il mercato è altamente competitivo e le aziende sono alla continua ricerca di risparmi.

Quando un’area povera del pianeta inizia ad avere le caratteristiche giuste per diventare un nuovo centro dell’industria manifatturiera i produttori di scarpe sono i primi ad accorgersene. Nella nuova terra trovano una popolazione che si accontenta di salari bassi e capisce al volo cosa bisogna da fare. Quindi iniziano il trasloco delle fabbriche. Con i tempi veloci dell’economia contemporanea nel giro di pochi mesi dopo i capannoni per le scarpe sorgono quelli per i jeans e le magliette, quindi arriva il momento degli enormi stabilimenti dove si assemblano i telefonini. Comincia così la storia di ogni economia “emergente”.

La Cina l’etichetta di “emergente” l’ha conquistata trent’anni fa e ormai è qualcosa di diverso dalla “fabbrica del mondo”. L’economia cinese è ancora basata sulle esportazioni ma il regime è tutto intento a creare un mercato interno e incontra le colossali difficoltà di questo passaggio. Anche l’idea di fare evolvere la produzione nazionale dalle attività più elementari verso settori a più alto valore aggiunto è tanto sensata da seguire quanto difficile da concretizzare.

Così oggi Pechino da un lato deve contrastare la formazione di bolle speculative, dall’altro è in crisi per le difficoltà dei suoi clienti abituali, i cittadini del vecchio occidente. Al punto che, come ha rilevato un’analisi del fondo speculativo Bridgewater Assiociates anticipata dal Wall Street Journal, quest’anno per la prima volta dal 2007 la (debole) crescita del Pil mondiale viene dai “vecchi” Paesi sviluppati più che dalle “nuove potenze”.

Come è sempre capitato nelle economie che si sviluppano, i lavoratori cinesi chiedono stipendi ogni anno più alti, e li stanno ottenendo. Il ministero del Lavoro ha programmato aumenti medi del 13% all’anno dal 2003 al 2015. Nella provincia dello Shenzen da marzo il salario minimo è stato alzato al nuovo record nazionale di 1.600 yuan al mese. Sono più o meno 200 euro. Con una media nazionale di stipendio base attorno ai 60 centesimi di euro all’ora, il lavoratore cinese del 2013 non fa certo la bella vita, ma ha svariati milioni di colleghi stranieri che prendono meno di lui e sono pronti a sostituirlo.

Il centro di ricerca economica americano Stratfor ne ha trovati 1 miliardo. Sono gli abitanti dei Paesi che l’istituto definisce i Post-China 16, cioè le sedici nazioni destinate a succedere alla Cina nel ruolo di fabbriche globali di prodotti a basso costo. Sono i Paesi dove, secondo l’analisi dei ricercatori di Stratfor, si stanno trasferendo le fabbriche delle industrie delle scarpe e dei telefonini, avanguardie della manifattura mondiale a basso costo e ottimi indicatori dell’inizio di una fase di sviluppo economico.

L’area dei Pc16 comprende tre continenti, il suo centro si sviluppa attorno a due bacini marini. Il primo è quello dell’oceano Indiano: sul lato asiatico i nuovi emergenti sono Sri Lanka, Myanmar, Bangladesh e Indonesia, sul lato africano l’Etiopia, il Kenya, la Tanzania e l’Uganda. Il secondo è quello del Mar Cinese meridionale, con Cambogia, Fililippine, Indonesia, Laos e Vietnam. Il terzo polo dei nuovi emergenti, meno forte dei primi due, si trova nell’America Latina, dove il Messico è l’emergente più interessante accompagnato da Nicaragua, Repubblica Domenicana e Perù.

Certo, la Cina continua ad essere la destinazione preferita degli investimenti esteri, ma nel 2012 il dato, 112 miliardi di dollari, ha segnato un calo del 3,7%. Solo nel 2009 si era visto un taglio peggiore, ma allora era colpa della crisi mondiale, mentre stavolta è la concorrenza dei nuovi emergenti. La tendenza è visibile ormai da qualche anno. Crocs, il produttore dei celebri sandaloni di plastica americani, ha previsto di ridurre entro il 2015 dall’80 al 50% la quota di prodotti realizzati in Cina e avviare nel frattempo nuove fabbriche nel Sud-est asiatico.

Coronet, società milanese che realizza pelle sintetica per grandi case di moda come Tod’s e Louis Vouitton, aprirà una fabbrica in Vietnam. Semplicemente «perché tutti i calzaturifici nostri clienti stanno delocalizzando lì» ha spiegato l’amministratore delegato Jarno Tagliarini. Addirittura diverse compagnie automobilistiche cinesi, come Geely e ChangAn, hanno costruito nuove fabbriche in Messico.

In questa guerra a chi può campare con lo stipendio più basso i nuovi emergenti sono «Paesi che al momento possono vendere ai clienti la loro povertà», scrive con realismo George Friedman, fondatore e guida di Stratfor. Ed è evidente che il “pacchetto” delle nuove fabbriche del mondo comprende diritti limitati per i lavoratori e nessuna grana sindacale. Ma è lo stesso Friedman a ricordare che 50 anni fa l’emergente del momento era il Giappone e la sigla “Made in Japan” indicava prodotti economici e scadenti. Ma da lì sono arrivati gruppi come Sony, Canon e Toyota. Lo stipendio del lavoratore medio giapponese, calcola l’Ocse, oggi è di 51mila dollari all’anno: solo 3mila in meno del collega americano, ben 20mila in più di quello italiano…

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February 08, 2014 at 01:00AM

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