Utero in affitto, regole affidate al caos  | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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La diffusione della maternità in affitto sta diventando un problema a livello internazionale più che una soluzione ai problemi di infertilità. Dalle organizzazioni non governative impegnate nella promozione dei diritti umani, alle agenzie e alle istituzioni internazionali, il mondo sta prendendo lentamente coscienza delle gravi problematiche create da questo tipo di percorso che, per sua natura, tende a superare le frontiere fra Stati. Il Parlamento Europeo, per esempio, nella risoluzione del 5 aprile del 2011 sulle priorità e sulla definizione di un nuovo quadro politico dell’Ue in materia di lotta alla violenza contro le donne, si è pronunciato contro la maternità in affitto senza se e senza ma, e testualmente:
20. chiede agli Stati membri di riconoscere il grave problema della surrogazione di maternità, che costituisce uno sfruttamento del corpo e degli organi riproduttivi femminili;
21. rileva che le donne e i bambini sono soggetti alle medesime forme di sfruttamento e possono essere considerati merci sul mercato internazionale della riproduzione, e che i nuovi regimi riproduttivi, come la surrogazione di maternità, incrementano la tratta di donne e bambini nonché le adozioni illegali transnazionali.
Ma il ricorso alla gestazione conto terzi a livello globale sta aumentando, anche se non è possibile conoscerne con esattezza le dimensioni, e neppure il numero delle cliniche o agenzie coinvolte: disponiamo solamente di stime indirette. Per esempio un progetto di ricerca sull’argomento della Aberdeen University ha coinvolto  cinque agenzie specializzate in maternità in affitto a livello internazionale, con sede negli Usa, India e Gran Bretagna, il cui volume di attività dal 2006 al 2010  è aumentato complessivamente  del 1000.0 %.
Oltre alla drammatica situazione delle madri surrogate è necessario tenere presente quella dei bambini nati: troppo spesso si pone il problema di stabilire quali siano i genitori legali, e quale la cittadinanza. Di uteri in affitto, infatti, i giornali parlano soprattutto in quei casi – purtroppo non rari – in cui i neonati restano invischiati in un limbo normativo che li rende apolidi e magari anche orfani, pur potendo “vantare”, teoricamente, fino a sei genitori variamente combinati (committenti, surrogati, genetici).
A normare la gravidanza conto terzi sono leggi e regolamenti nazionali diversissimi fra loro, che riguardano sia direttamente il fatto in sé – la maternità in affitto – che le questioni della filiazione e della cittadinanza.
Dal punto di vista normativo possiamo distinguere stati che proibiscono la maternità in affitto, stati in cui è sostanzialmente non regolata, stati che la consentono esplicitamente e la regolano, stati con un approccio permissivo e che ammettono esplicitamente il pagamento alle donne. Di seguito un prospetto schematico della situazione, aggiornato al marzo del 2012, tratto dal rapporto preliminare sulla maternità surrogata a cura del Permanent Bureau della Hague Conference on Private International Law.
Stati che proibiscono l’utero in affitto.
Francia, Germania, Italia, Messico (Queretaro), Svezia, Svizzera, alcuni stati degli Usa, Cina (continentale, esclusa Hong Kong). In Austria e Norvegia è proibita la cessione di ovociti, e il divieto di maternità surrogata è una conseguenza, quando l’ovocita non appartiene alla donna che mette a disposizione il proprio utero. In questi paesi non valgono quindi gli accordi di maternità surrogata stipulati altrove, e solitamente la madre legale del bambino, è la donna che lo ha partorito.
Stati in cui la maternità surrogata è sostanzialmente non regolata.
Sono quelli in cui la legge non prevede un divieto esplicito, e quindi la madre surrogata non può essere obbligata a rispettare il contratto, cioè a cedere il neonato. Spesso sono proibiti, e puniti penalmente, gli accordi che prevedono espressamente pagamenti, mentre sono incoraggiate le maternità in affitto cosiddette “altruistiche”, cioè in cui sono previste cifre “ragionevoli” per le spese sostenute dalle donne. Si tratta di Argentina, Australia (nel Nord), Belgio, Brasile (non c’è una legge ma esistono linee guida per le cliniche), Canada, Repubblica Ceca, Irlanda, Giappone (la Società Giapponese di Ostetricia e Ginecologia ha adottato linee guida nel 2003 che vieta ai medici di essere coinvolti nelle maternità surrogate, ma non c’è una norma che la proibisca), Messico (Messico City), Olanda, Venezuela, alcuni stati Usa. Generalmente in questi stati la giurisprudenza tende a riconoscere come madre legale del bambino la donna che gli è geneticamente legata. 
Stati in cui è espressamente permessa e regolata.
Si dividono in due gruppi: un primo in cui si segue un processo di approvazione del contratto di surroga prima che la donna resti incinta. Un organismo apposito verifica il rispetto dei requisiti previsti dalla legge. Solitamente è vietato un pagamento esplicito, ma sono consentite elargizioni di somme per spese “ragionevoli” sostenute durante la gravidanza, spesso indefinite. In questi casi la madre surrogata è obbligata a rispettare il contratto, che sostanzialmente passa dalle parti contraenti allo stato, che ne punisce la violazione. I paesi sono: Australia (Victoria, Western Australia e, per prassi piuttosto che per legge, Australia Capital Territory), Grecia, Israele (è previsto un compenso mensile per “dolore e sofferenza” oltre al rimborso spese, ma in certi casi il ripensamento è consentito), Sud Africa (se la madre surrogata è anche quella genetica ha due mesi di tempo per ripensarci), e, parzialmente, la Nuova Zelanda. Nel secondo gruppo di stati le condizioni dell’accordo sono verificate retrospettivamente, e dopo la nascita del bambino si trasferisce la responsabilità legale dei genitori dalla surrogata (e il partner) ai committenti. In questi casi la legge non obbliga all’adempimento del contratto, e la madre surrogata non può essere obbligata a rinunciare al bambino. Parliamo di: Australia (Queensland, New South Wales, South Australia), Canada (Alberta, British Columbia), Cina (Hong Kong SAR), Gran Bretagna (v. articolo del 10 agosto).
Stati con un approccio permissivo e che consentono pagamento esplicito.
L’accesso ai contratti di gestazione conto terzi è consentito anche a coppie che non risiedono in questi stati, alle quali comunque sono spesso richiesti altri requisiti specifici, diversi da paese a paese. Dopo la stipula del contratto di solito sono previste procedure che definiscono genitori legali del neonato uno o entrambe i committenti. La madre surrogata può avere o non avere l’obbligo di cedere il bambino agli aspiranti genitori, a seconda dei paesi. Si tratta di: Georgia, India, Russia, Tailandia, Uganda, Ukraina, e 18 stati negli Usa (con varie legislazioni). Sono state segnalate agenzie con madri surrogate da Armenia e Moldova. Sono questi gli stati “hubs”, centri di riferimento dove arrivano da tutto il mondo coppie in cerca di uteri in affitto.

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July 08, 2014 at 02:00AM

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