Posts tagged ‘italiano’

31/08/2013

L’amore per il creato cresce in famiglia | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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A custodire il creato s’impara in famiglia, non solo perché tra le mura domestiche si apprendono le buone pratiche, ma soprattutto perché in questo ambiente primario si può diventare donne e uomini in grado di coltivare relazioni solide e solidali con gli altri e con il mondo. È questo il senso del messaggio che la Chiesa italiana lancerà domani celebrando l’8ª Giornata per la custodia del creato. Un evento, che, fin dalla prima edizione del 2006, si propone come occasione speciale per richiamare a uno sforzo comune nella cura dell’ambiente, primo dono di Dio all’umanità. Non si tratta, quindi, di una semplice «campagna promozionale» a favore di scelte di vita più sostenibili, ma di un modo per testimoniare i valori radicati nel Vangelo. Lo ricorda bene il messaggio della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace e della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, inviato per questa Giornata lo scorso 7 giugno.
Un discorso che si apre con l’icona della famiglia di Nazareth, come modello di «scuola di custodia e di sapienza». La scelta di mettere al centro la famiglia, poi, nasce anche dal tema che guiderà la 47ª Settimana sociale dei cattolici italiani: «La famiglia, speranza e futuro per la società italiana» (Torino, 12-15 settembre 2013). D’altra parte anche la Gaudium et Spes – uno dei principali documenti del Vaticano II di cui si sta celebrando il 50° anniversario – ricordava che la famiglia è «una scuola di umanità più completa e più ricca».
Al tema della salvaguardia del creato, inoltre, contribuiscono anche i gesti e le riflessioni di papa Francesco, che porta il nome del santo che nel 1979 Giovanni Paolo II proclamò patrono dei cultori dell’ecologia.
«Come vescovi che hanno a cuore la pastorale sociale e l’ecumenismo, indichiamo tre prospettive da sviluppare nelle nostre comunità – si legge nel messaggio della Cei –: la cultura della custodia che si apprende in famiglia si fonda, infatti, sulla gratuità, sulla reciprocità, sulla riparazione del male». In questa opera, concludono i vescovi, va aggiunta anche «la custodia della sacralità della domenica». Il testo integrale del messaggio – già pubblicato da Avvenire – è reperibile nel sito internet della Cei, che propone anche un sussidio per vivere la Giornata attraverso la celebrazione, la riflessione, l’approfondimento, la festa.
L’intera Penisola, infatti, verrà animata dagli eventi in programma per questa occasione: un calendario che avrà il cuore nelle diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Gubbio, dove si terrà la celebrazione nazionale. Intenso il programma degli appuntamenti nella terra di san Francesco, dove proprio in questi giorni si terranno anche la 34ª edizione della Cavalcata di Satriano e la 5ª edizione del pellegrinaggio a piedi «Il sentiero di Francesco». Stamattina alle 8.30 sarà proprio la partenza della Cavalcata ad aprire la giornata a Rivotorto di Assisi. Alle 10, poi, al Sacro Convento di Assisi si terrà la sessione scientifica del Convegno «Custodire il creato per un futuro sostenibile». Il programma di questa prima parte prevede l’intervento di esperti e studiosi come Corrado Clini (direttore generale del Ministero dell’Ambiente), Franco Cotana (Università di Perugia), Andrea Segrè (Università di Bologna), Simona Beretta (Università Cattolica), monsignor Angelo Casile, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro.
Nel pomeriggio, alle 15, si terrà la sessione teologica con Simone Morandini (Fondazione Lanza), Alessandra Smerilli (Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione), padre Egidio Canil (superiore del convento Franciscanum di Assisi) e monsignor Gino Battaglia, direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Alle 21 nella Basilica inferiore di Assisi è prevista una Veglia di preghiera. Domani ad Assisi alle 9.30, poi, in piazza del Vescovado i presenti ascolteranno storie e testimonianze nei luoghi della «spoliazione» di Francesco. Alle 11 nella chiesa di Santa Maria Maggiore ci sarà la Messa trasmessa in diretta su Tv2000 e Rai Uno, presieduta dall’arcivescovo Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino. Seguirà il collegamento in diretta con l’Angelus del Papa attraverso la trasmissione «A Sua Immagine». Alle 12.45 è prevista la preghiera sulla tomba di san Francesco e la benedizione dei pellegrini in partenza per «Il Sentiero di Francesco». Alle 16 nel Sacro Convento si terrà uno spettacolo dedicato al Poverello, mentre alle 18.30 si chiuderà la Giornata.

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July 08, 2015 at 02:00AM

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31/08/2013

Damasco attende un attacco «in qualsiasi momento» | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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Il regime siriano si aspetta un attacco “in qualsiasi momento”. Lo ha detto una fonte della sicurezza di Damasco, citata dall’emittente ‘al-Arabiyà. “Ci aspettiamo un attacco in ogni momento, ma siamo pronti alla rappresaglia”, ha precisato la fonte.

Il team di ispettori Onu incaricati di investigare sul presunto uso di armi chimiche in Siria dopo aver lasciato Damasco è giunto in Libano.

Obama: non ancora presa la decisione finale

«Non ho ancora preso una decisione». A pochi minuti dalla tanto attesa “presentazione delle prove” contro Assad da parte del suo segretario di Stato, John Kerry, Barack Obama ha subito incalzato parlando di «una serie di opzioni» che sta valutando perché l’attacco chimico siriano «è una sfida al mondo». E quest’ultimo «non può accettare l’uso del gas contro donne e bambini». Con chiara accusa al Consiglio di sicurezza dell’Onu, poi, ha aggiunto: «Molti pensano che siano giusto agire – ha detto –, ma nessuno vuole farlo». Poco prima, Kerry aveva definito Assad «un delinquente e un assassino» e si era appellato agli americani perché analizzassero «di persona» le prove raccolte dall’intelligence e presentate nel rapporto ora declassificato. Damasco ha replicato definendo quelle di Kerry «bugie senza fondamento» e «un disperato tentativo di giustificare un’aggressione». Obama ha però dato anche la sua “chiave di legalità” identificando le azioni siriane quali «una minaccia alla sicurezza nazionale». Come comandante delle Forze armate Usa, il presidente ha infatti l’autorità, davanti agli interessi nazionali minacciati, di dichiarare un intervento armato senza il via libera del Congresso. 
Ecco quindi l’importanza della presentazione del rapporto d’intelligence da parte di Kerry. Le prove – tra cui la testimonianza di un ex gerarca di Damasco e l’intercettazione di un altro «alto grado» – mostrerebbero, a suo dire, «con elevata fiducia», che il terribile attacco con armi chimiche del 21 agosto è stato compiuto «con missili provenienti dai siti controllati dalle forze del regime siriano». Drammatica la conta dei morti compiuta dagli 007 di Washington: «1.429 persone, tra cui 426 bambini». Kerry ha voluto sottolineare che il lavoro dell’intelligence è molto più accurato rispetto al passato e pertanto «non si ripeterà l’esperienza dell’Iraq». Le ragioni addotte per un’azione militare che, sarebbe «limitata nel tempo, senza l’invio di truppe di terra e senza assumersi la responsabilità della guerra civile in atto», sono però risuonate molto simili. 
Assad – che nel 2013 avrebbe usato armi chimiche molte volte – avrebbe «uno degli arsenali chimici più potenti del Medio Oriente» ed è quindi in gioco «la sicurezza e la credibilità degli Stati Uniti». «Qual è il rischio dell’inazione?» si è chiesto Kerry, sottolineando che gli Usa – che «non sono soli nella loro volontà di agire» – hanno «responsabilità nei confronti del mondo». Altri Paesi, quali Corea del Nord e Iran starebbero infatti a guardare la reazione nei confronti della Siria e da quella potrebbero trarre incoraggiamento per il proprio programma nucleare. Per tali ragioni Obama potrebbe decidere un intervento militare unilaterale e senza l’ombrello delle Nazioni Unite. Una possibilità chiaramente ventilata dal capo della diplomazia Usa che – pur ammettendo di «credere nelle Nazioni Unite e di avere il massimo rispetto per gli ispettori» i quali hanno proprio ieri concluso le rilevazioni in Siria – ha messo in chiaro: il rapporto Onu «non ci dirà nulla di nuovo, nulla di più di quanto sappiamo già». 
Come ha sottolineato il segretario generale Ban Ki-moon, che ieri ha incontrato i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, non si potrà trarre alcuna conclusione prima del completamento dei test di laboratorio e, anche allora, si potrà solo verificare l’uso dei gas, ma non la responsabilità di tale atto. Gli Stati Uniti, quindi, decideranno «secondo i propri tempi e interessi». Anche se, come aveva dichiarato la Casa Bianca, alla bocciatura da parte del Parlamento della mozione presentata dal primo ministro David Cameron, «continueranno a consultarsi con il governo britannico», uno dei suoi più stretti alleati. 
La nuova spalla per Obama è però ora l’inedita assonanza con Parigi e con Hollande che «crede nella certezza della responsabilità di Assad sull’uso dei gas». Qualunque azione, però, verrebbe portata avanti senza l’ombrello della Nato perché ieri il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, ha fatto sapere di «non vedere un ruolo della Nato nell’ambito di una risposta internazionale al regime siriano». Obama sembra quindi sempre più solo nella sua determinazione ad agire, sebbene in maniera «limitata e mirata».
Una posizione scomoda per un premio Nobel per la pace che, finora, aveva accuratamente evitato di venir coinvolto nei due anni e mezzo di guerra civile. La situazione è difficile e rischia di trasformare la crisi siriana in una crisi di fiducia per il capo della Casa Bianca. 

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June 08, 2015 at 02:00AM

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30/08/2013

I Fratelli Musulmani uccidono cristiani nel silenzio dei media | Aleteia

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Un prete è stato decapitato dagli islamisti e il suo corpo è stato gettato in strada come monito. La denuncia al Meeting di Rimini di Wael Farouq

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February 03, 2026 at 01:00AM

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30/08/2013

Egitto: l’Occidente è cieco, cristiani attaccati da terroristi armati | Aleteia

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Il Vescovo copto cattolico di Luxor racconta come alcuni islamisti abbiano provato ad irrompere in casa sua

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30/08/2013

Spagna, Chiesa di martiri nella Guerra civile | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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«Li perdono tutti». L’ultima lettera che José Nadal Guiu inviò ai genitori – poco pri­ma della morte – rivela la straordina­ria fede di questo giovane sacerdote. E­ra il 12 agosto 1936: quando venne fu­cilato aveva appena 25 anni. Padre Jo­sé sarà uno dei 522 nuovi martiri spa­gnoli che saliranno agli onori degli al­tari il prossimo 13 ottobre a Tarrago­na, in Catalogna, nella più grande ce­rimonia di beatificazione mai realiz­zata dalla Chiesa iberica. «I martiri del XX seco­lo in Spagna furono saldi e coraggiosi testi­moni di fede. Preferi­rono morire, piuttosto che tradire quella fe­de », sottolinea il ve­scovo Juan Antonio Martínez Camino, se­gretario generale e portavoce della Confe­renza episcopale spa­gnola (Cee).

Ma atten­zione alle interpreta­zioni forzate: qui la po­litica e il conflitto in­terno di quegli anni bui non c’entra­no assolutamente nulla. Per questo non possono essere definiti «martiri della Guerra civile»: sarebbe un erro­re. «Non sono caduti in guerra, perché non stavano al fronte», in battaglia, e «non si trovavano in nessun eserci­to », ha ricordato Camino. «Morirono a causa della persecuzione religiosa degli anni ’30 in Spagna, vissero la lo­ro fede fino alla fine e perdonarono». Furono uccisi in nome dell’«odio ver­so la fede». Le loro parole e la loro testimonianza sono ancora profondamente attuali. Ancor più oggi, durante l’Anno della fede. «Non stiamo parlando di perso­ne del XVI secolo: sono persone della generazione dei nostri nonni, che u­savano il linguaggio dei giorni nostri», ha aggiunto il portavoce della Cee. Nel lungo elenco dei nuovi martiri ci sono un centinaio di sacerdoti, tre vescovi, 412 religiosi di 23 congregazioni, ma anche laici e seminaristi. Sette marti­ri, inoltre, erano arrivati in Spagna da diversi Paesi: Colombia, Portogallo, Cuba, Francia e Filippine. La ragione fondamentale per celebra­re la beatificazione nella località cata­lana sta proprio nelle dimensioni del­la causa proveniente da Tarragona, con 147 martiri, fra i quali il vescovo ausiliare Manuel Borrás e 66 sacerdo­ti.

Non solo. C’è un altro motivo, che va ricercato nella storia antica di que­sta terra ricca di fede cristiana: nel 259 d.C. il vescovo di Tarragona, san Fruc­tuoso, e i suoi due diaconi, Augurio e Eulogio, furono bruciati vivi nell’anfi­teatro romano della città catalana, di­ventando così protomartiri del cri­stianesimo spagnolo. È anche per que­sto che è stata scelta questa diocesi per la beatificazione. La cerimonia sarà presieduta dal cardi­nale Angelo Amato, prefetto della Congre­gazione delle cause dei santi; accanto a lui ci saranno numerosi vescovi spagnoli, fra i quali il presidente della Cee e arcivesco­vo di Madrid, il cardi­nale Antonio Maria Rouco Varela. L’atto sarà trasmesso dal Canale 2 della te­levisione pubblica spagnola, ma a Tarragona arriveranno fra i 15mila e i 20mila fedeli. Le ferite di quel periodo non sono del tutto chiuse. In Spagna la Guerra civi­le (1936-1939) è tuttora argomento sensibile e facilmente strumentaliz­zabile dalla politica. Camino ha riba­dito che con quest’atto religioso la Chiesa «non cerca colpevoli», ma è mossa solo dalla volontà di «rendere o­nore ai testimoni della fede». Gli ha fatto eco il vescovo di Tarragona, Jau­me Pujol Balcells: «Una cerimonia di beatificazione non va contro nessuno: l’obiettivo è esaltare la figura degli uo­mini che realmente morirono per la loro fede». Come ha spiegato anche Encarnación González, coordinatrice del processo di beatificazione, «la Guerra civile non provoca martiri, ma caduti». Al contrario, «il martire non ha impu­gnato armi, ma è stato cercato e as­sassinato esclusivamente a causa del­la sua fede».

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August 08, 2014 at 02:00AM

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30/08/2013

Da Siria ed Egitto le nuove migrazioni | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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Ormai sono in gran parte siriani ed egiziani i passeggeri dei barconi che approda­no con impressionante cadenza sulle coste siciliane. Ieri sono arrivati quattro na­tanti: due intercettati a Largo di Lampedusa e Aci Castello (Catania) mentre gli al­tri giunti fin sulla costa a Torre Salsa (Agrigento) e nella spiaggia di San Lorenzo a Noto (Siracusa). «Quello che sta succedendo in Egitto porta questa gente a cercare un porto sicuro da prendere come rifugio», ha detto Giacomo Salerno, vice co­mandante della Capitaneria di Porto di Catania, che ha coordinato i soccorsi a lar­go del centro marinaro catanese. «Ieri mattina è stata avvistata l’imbarcazione con a bordo 99 persone, egiziani e siriani, tra cui 11 donne, di cui una incinta e 17 bam­bini », ha aggiunto. La notte precedente invece era approdato nella spiaggia siracu­sana un barcone con circa 150 migranti. Le forze dell’ordine ne hanno rintracciati 126, tra cui una quarantina di bambini ed altrettante donne che hanno detto di es­sere di siriani. Il gruppo interforze per il contrasto all’immigrazione clandestina i­stituito nella Procura ha fermato tre egiziani che dovrebbero essere gli scafisti, men­tre carabinieri e polizia cercano le altre persone che si sono disperse. I migranti hanno raccontato di essere partiti sei giorni fa con una nave e di essere stati trasfe­riti sul barcone l’ultimo giorno di navigazione. Sono quindici le persone fermate dai carabinieri a Torre Salsa che farebbero parte di un gruppo di una trentina di extra­comunitari sbarcato la notte tra domenica e lunedì. Secondo i loro racconti un bar­cone li ha lasciati sotto costa e ha poi ripreso il largo. Altri 77 migranti, ghanesi e ni­geriani, erano stati soccorsi ieri mattina a circa 40 miglia a sud di Lampedusa su un piccolo gommone e portati sull’isola da una motovedetta della Guardia costiera.

E dalle indagini avviate dopo l’arrivo di 110 immigrati salvati nel canale di Sicilia da un mercantile poi giunto a Pozzallo (Ragusa), l’8 agosto scorso la squadra mo­bile ragusana ha scoperto che due pakistani caduti in mare prima del salvataggio sono stati lasciati morire in acqua dagli scafisti,

«Compagnia seria e fidata offre servizi per viaggi in Europa a partire da mille euro». Attirato da un annuncio letto nella toilette di un bar di Antakya, nel Sud della Turchia, Bakri F. ha deciso di mettere mano al telefono e allertare la sua famiglia in Siria: «Raccogliete i soldi, vado in Svizzera». Peccato però che «mille euro era solo il costo del “servizio” – spiega l’uomo originario di Latakia – e per Europa si intendeva solo la Grecia». Pagando ben oltre mille euro, Bakri è arrivato ad Atene da dove gli era stato promesso di andare in Italia “via mare”.

Condizione necessaria era però recarsi prima a Creta dove scafisti egiziani sarebbero venuti a prendere i migranti. «Ho pensato che non saremmo mai arrivati – ammette – ho avuto paura e ho trovato il modo di andare in Svizzera in camion, anche se era più costoso». Il viaggio sarebbe costato in totale 14.000 euro. Dal racconto di Bakri, e dai dati Frontex, l’agenzia europea per la protezione delle frontiere, si evince quindi che esistono due modi per raggiungere l’Europa per i profughi siriani: via terra, il che significa rimettersi nelle mani dei trafficanti iracheni, o via mare dove il business è in mano agli egiziani. L’Italia diventa così una meta obbligata di passaggio per chi sceglie di sfidare il Mediterraneo. Un viaggio di cui spesso non si conoscono i pericoli: «Vivo in Svezia da quattro anni – racconta Radwan F. un operaio specializzato originario di Aleppo – e credo che sia giunto il momento di far venire qui i miei genitori. Prima però faccio venire mio fratello». Un giovane di 24 anni pronto a fare da cavia. Radwan ha messo da parte più di 10mila euro per questo viaggio. E sembra più preoccupato dei controlli da evitare dall’Italia alla Svezia che delle insidie del mare. Conosce il destino di quei sei migranti egiziani annegati vicino alle coste di Catania il 10 agosto scorso. «Una fatalità, ma io sono sicuro del mio contatto». E qui cala il mistero, Radwan non ci dice di chi si tratta, ma una cosa appare invece evidente: i genitori dovranno prima arrivare in Egitto. Un viaggio che dalla Siria si può ancora fare, basta prendere un volo dalla Turchia, dal Libano e Damasco stessa (dove l’aeroporto è ancora in funzione). Facciamo notare a Radwan che per i genitori sarebbe molto più semplice fuggire in Turchia, che da Aleppo dista meno di 50 chilometri. «Per fare cosa? Per vivere come profughi?» dice amaramente. A due anni dall’inizio del conflitto la vita nei campi è sempre più dura. La cosiddetta “pressione demografica” impone a centinaia di migliaia di persone di condividere acqua, gabinetti, cibo razionato e tende, dove un tempo ci stava massimo in otto e ora si arriva tranquillamente a ventiquattro persone. E così basta vedere cosa succede nei campi profughi per capire come mai, improvvisamente, i siriani si sono dati alla fuga di massa. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati, Unhcr, conta più di due milioni di profughi oltre confine: mezzo milione in Giordania, 400mila in Turchia, oltre 600mila mila in Libano, e altri 250mila tra Iraq e Egitto.

Questi sono i numeri ufficiali, numeri che raccontano la più grande crisi umanitaria (per persone in fuga) degli ultimi venti anni . Quelli reali, invece, fotografano tutt’altra verità. Ci sarebbero oltre un milione di siriani in Libano, un paese grande come il Lazio, dall’estrema fragilità politica, che ha visto crescere la sua popolazione del 20 per cento in due anni. Tanto da aver appena bandito l’ingresso ai palestinesi siriani in fuga dalla guerra. Sono le famiglie che arrivano dal grande campo profughi di Yarmuk, a Damasco. Nel Paese dei Cedri di palestinesi ce ne sono già mezzo milione, progenie di scappò dalla Palestina dopo la guerra del 1948. Cinico a dirsi, ma Beirut ha stabilito “un tetto”, tra l’altro abbondantemente sforato. I palestinesi siriani si sentono gli ultimi tra gli ultimi, «più profughi degli altri», racconta Salim S. 24 anni, originario proprio di Yarmuk, ora rifugiato politico in Svezia. «Sono arrivato a gennaio – dice – e mi sono sorpreso nel vedere quanti siriani ci fossero qui. Pensavo di soffrire di nostalgia e invece ogni volta che vado all’ufficio immigrazione di Malmö trovo gente del mio quartiere». È verso la Svezia infatti che è iniziata già da tempo una fuga silenziosa. Oltre 3.000 richieste di asilo di siriani sono già state soddisfatte nel 2012, altre 18.000 sono in arrivo, numeri ben diversi da quelli italiani dove le richieste dei siriani nel 2012 sono state 385. Numeri che andranno di certo aggiornati alla luce degli incessanti sbarchi di questi giorni, che iniziano ormai a preoccupare anche la Capitaneria di Porto italiana. A destare allerta, oltre ai numeri consistenti, è l’inesperienza di “scafisti improvvisati” che sperimentano nuove rotte usando imbarcazioni moderne che non vogliono perdere. Per questo abbandonano i migranti vicino alla costa, lo fanno perché vogliono tornare indietro, senza curarsi del fatto che spesso i migranti non sanno nuotare.

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August 08, 2014 at 02:00AM

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30/08/2013

«La scienza moderna è nata come un modo per amare Dio» | Aleteia

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Olivier Rey, docente di filosofia all’Università Panthéon-Sorbonne di Parigi, ha presentato al Meeting di Rimini il suo libro “Itinerari dello smarrimento”

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February 02, 2025 at 01:00AM

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30/08/2013

La storia di Giulia, la bambina malata di cancro che ha sconvolto i dottori | Aleteia

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La vicenda di fede e umanità di una quattordicenne di Bergamo raccontata nel volume “Un gancio in mezzo al cielo”

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30/08/2013

Somalia, è allarme poliomielite | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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Non bastava la notizia dell’abbandono da parte di Medici senza frontiere, che lo scorso 14 agosto ha dovuto mettere la parola fine a 22 anni di impegno umanitario in Somalia. A rendere più grave la situazione sanitaria del Paese (devastato da oltre vent’anni di guerra civile) l’esplosione di una drammatica epidemia di poliomielite dopo sei anni di assenza della malattia.  I dati, raccolti e diffusi dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari (Ocha), mettono in evidenza una situazione allarmante: 105 i casi confermati al 14 agosto, pari a quasi la metà di tutti quelli segnalati nel mondo nel 2012 (223), e 600 mila bimbi in attesa di un vaccino che sembra non poter arrivare.

La Somalia – sottolineano gli operatori Onu – sta vivendo «la peggiore epidemia di poliomielite tra Paesi in cui la malattia non è endemica». La recrudescenza della polio è concentrata soprattutto nel Sud della Somalia, nelle aree controllate dal gruppo islamista al-Shabaab. I miliziani di ispirazione qaedista avevano occupato Kisimayo (la più importante città della regione) dall’agosto 2008 al settembre 2012, imponendo sulla regione la legge islamica. Anche l’accesso alle cure sanitarie venne fortemente limitato, in modo particolare al-Shabaab ha messo al bando le vaccinazioni anti-polio in tutta l’area centro meridionale nella Somalia.
Agli occhi degli integralisti, medici e operatori umanitari che lavorano per debellare la malattia sono “agenti stranieri” che operano per occidentalizzare il Paese, o peggio per inoculare veleni che uccidano o rendano sterili i musulmani.

Una campagna d’odio che ha reso pericoloso il proseguire delle vaccinazioni «L’impossibilità di un completo accesso a queste aree rappresenta la minaccia maggiore per il controllo dell’epidemia – si legge nel rapporto dell’Onu – Da quanto è iniziata, in maggio, 105 bambini sono stati colpiti da paralisi a causa del virus. Ma ciò significa che ce ne sono probabilmente migliaia in più portatori del virus, asintomatici ma in grado di diffonderlo». A peggiorare la situazione, rendendo i bambini più vulnerabili all’infezione, ci sono anche gli elevati tassi di malnutrizione, i problemi sul fronte della sicurezza alimentare, le condizioni igieniche e ambientali.

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July 08, 2014 at 02:00AM

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30/08/2013

Utero in affitto, regole affidate al caos  | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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La diffusione della maternità in affitto sta diventando un problema a livello internazionale più che una soluzione ai problemi di infertilità. Dalle organizzazioni non governative impegnate nella promozione dei diritti umani, alle agenzie e alle istituzioni internazionali, il mondo sta prendendo lentamente coscienza delle gravi problematiche create da questo tipo di percorso che, per sua natura, tende a superare le frontiere fra Stati. Il Parlamento Europeo, per esempio, nella risoluzione del 5 aprile del 2011 sulle priorità e sulla definizione di un nuovo quadro politico dell’Ue in materia di lotta alla violenza contro le donne, si è pronunciato contro la maternità in affitto senza se e senza ma, e testualmente:
20. chiede agli Stati membri di riconoscere il grave problema della surrogazione di maternità, che costituisce uno sfruttamento del corpo e degli organi riproduttivi femminili;
21. rileva che le donne e i bambini sono soggetti alle medesime forme di sfruttamento e possono essere considerati merci sul mercato internazionale della riproduzione, e che i nuovi regimi riproduttivi, come la surrogazione di maternità, incrementano la tratta di donne e bambini nonché le adozioni illegali transnazionali.
Ma il ricorso alla gestazione conto terzi a livello globale sta aumentando, anche se non è possibile conoscerne con esattezza le dimensioni, e neppure il numero delle cliniche o agenzie coinvolte: disponiamo solamente di stime indirette. Per esempio un progetto di ricerca sull’argomento della Aberdeen University ha coinvolto  cinque agenzie specializzate in maternità in affitto a livello internazionale, con sede negli Usa, India e Gran Bretagna, il cui volume di attività dal 2006 al 2010  è aumentato complessivamente  del 1000.0 %.
Oltre alla drammatica situazione delle madri surrogate è necessario tenere presente quella dei bambini nati: troppo spesso si pone il problema di stabilire quali siano i genitori legali, e quale la cittadinanza. Di uteri in affitto, infatti, i giornali parlano soprattutto in quei casi – purtroppo non rari – in cui i neonati restano invischiati in un limbo normativo che li rende apolidi e magari anche orfani, pur potendo “vantare”, teoricamente, fino a sei genitori variamente combinati (committenti, surrogati, genetici).
A normare la gravidanza conto terzi sono leggi e regolamenti nazionali diversissimi fra loro, che riguardano sia direttamente il fatto in sé – la maternità in affitto – che le questioni della filiazione e della cittadinanza.
Dal punto di vista normativo possiamo distinguere stati che proibiscono la maternità in affitto, stati in cui è sostanzialmente non regolata, stati che la consentono esplicitamente e la regolano, stati con un approccio permissivo e che ammettono esplicitamente il pagamento alle donne. Di seguito un prospetto schematico della situazione, aggiornato al marzo del 2012, tratto dal rapporto preliminare sulla maternità surrogata a cura del Permanent Bureau della Hague Conference on Private International Law.

 
Stati che proibiscono l’utero in affitto.
Francia, Germania, Italia, Messico (Queretaro), Svezia, Svizzera, alcuni stati degli Usa, Cina (continentale, esclusa Hong Kong). In Austria e Norvegia è proibita la cessione di ovociti, e il divieto di maternità surrogata è una conseguenza, quando l’ovocita non appartiene alla donna che mette a disposizione il proprio utero. In questi paesi non valgono quindi gli accordi di maternità surrogata stipulati altrove, e solitamente la madre legale del bambino, è la donna che lo ha partorito.
Stati in cui la maternità surrogata è sostanzialmente non regolata.
Sono quelli in cui la legge non prevede un divieto esplicito, e quindi la madre surrogata non può essere obbligata a rispettare il contratto, cioè a cedere il neonato. Spesso sono proibiti, e puniti penalmente, gli accordi che prevedono espressamente pagamenti, mentre sono incoraggiate le maternità in affitto cosiddette “altruistiche”, cioè in cui sono previste cifre “ragionevoli” per le spese sostenute dalle donne. Si tratta di Argentina, Australia (nel Nord), Belgio, Brasile (non c’è una legge ma esistono linee guida per le cliniche), Canada, Repubblica Ceca, Irlanda, Giappone (la Società Giapponese di Ostetricia e Ginecologia ha adottato linee guida nel 2003 che vieta ai medici di essere coinvolti nelle maternità surrogate, ma non c’è una norma che la proibisca), Messico (Messico City), Olanda, Venezuela, alcuni stati Usa. Generalmente in questi stati la giurisprudenza tende a riconoscere come madre legale del bambino la donna che gli è geneticamente legata. 
Stati in cui è espressamente permessa e regolata.
Si dividono in due gruppi: un primo in cui si segue un processo di approvazione del contratto di surroga prima che la donna resti incinta. Un organismo apposito verifica il rispetto dei requisiti previsti dalla legge. Solitamente è vietato un pagamento esplicito, ma sono consentite elargizioni di somme per spese “ragionevoli” sostenute durante la gravidanza, spesso indefinite. In questi casi la madre surrogata è obbligata a rispettare il contratto, che sostanzialmente passa dalle parti contraenti allo stato, che ne punisce la violazione. I paesi sono: Australia (Victoria, Western Australia e, per prassi piuttosto che per legge, Australia Capital Territory), Grecia, Israele (è previsto un compenso mensile per “dolore e sofferenza” oltre al rimborso spese, ma in certi casi il ripensamento è consentito), Sud Africa (se la madre surrogata è anche quella genetica ha due mesi di tempo per ripensarci), e, parzialmente, la Nuova Zelanda. Nel secondo gruppo di stati le condizioni dell’accordo sono verificate retrospettivamente, e dopo la nascita del bambino si trasferisce la responsabilità legale dei genitori dalla surrogata (e il partner) ai committenti. In questi casi la legge non obbliga all’adempimento del contratto, e la madre surrogata non può essere obbligata a rinunciare al bambino. Parliamo di: Australia (Queensland, New South Wales, South Australia), Canada (Alberta, British Columbia), Cina (Hong Kong SAR), Gran Bretagna (v. articolo del 10 agosto).
Stati con un approccio permissivo e che consentono pagamento esplicito.
L’accesso ai contratti di gestazione conto terzi è consentito anche a coppie che non risiedono in questi stati, alle quali comunque sono spesso richiesti altri requisiti specifici, diversi da paese a paese. Dopo la stipula del contratto di solito sono previste procedure che definiscono genitori legali del neonato uno o entrambe i committenti. La madre surrogata può avere o non avere l’obbligo di cedere il bambino agli aspiranti genitori, a seconda dei paesi. Si tratta di: Georgia, India, Russia, Tailandia, Uganda, Ukraina, e 18 stati negli Usa (con varie legislazioni). Sono state segnalate agenzie con madri surrogate da Armenia e Moldova. Sono questi gli stati “hubs”, centri di riferimento dove arrivano da tutto il mondo coppie in cerca di uteri in affitto.

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July 08, 2014 at 02:00AM

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30/08/2013

Elicotteri e cecchini: nuova mattanza in Egitto | Avvenire RSS Feed – Avvenire Home Page

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Il pugno di ferro usato dalle Forze ar­mate egiziane contro i sostenitori del presidente islamista Moham­med Morsi nello sgombero dei sit-in di piazza al-Nahda, a Giza, e Rabaa al-Adawiya, al Cairo, non ha fermato la de­terminazione dei sostenitori del presi­dente deposto lo scorso 3 luglio con un colpo di Stato.

Il «Giorno della collera»
In vista la corte marziale
Nelle prossime ore, a quanto rivelano fonti della sicurezza, il governo potreb­be proclamare la Legge marziale per stroncare quello che si sta trasforman­do in un conflitto civile. Anche ieri il Cai­ro e molti altri centri urbani (Alessan­dria, dove sarebbero 40 le persone ucci­se dai colpi sparati dai tank dell’eserci­to, Giza, Ismailia, Tanta, Mansoura, Da­mietta, al-Arisch, Fayoum, Marsa Ma­trouh), sono stati militarizzati – blinda­ti in tutti i punti nevralgici – e messi a fer­ro e fuoco, dopo le marce di centinaia di migliaia di pro-Morsi formatesi per ce­lebrare quello che è stato chiamato il «Giorno della collera». Così l’“Alleanza per la legittimità e la democrazia”, in cui la Fratellanza musulmana ha il ruolo di timoniere, ha denominato la giornata, con chiaro riferimento a quel 25 gen­naio 2011 in cui l’esasperazione popo­lare nei confronti del regime di Hosni Mubarak diede il la alla rivolta. I cortei convocati nella sola capitale sono stati 28. Ancora una volta, “guerra” di cifre: 27 i morti per il governo, almeno 95 se­condo i pro-Morsi.

La battaglia di piazza Ramses
Le fosse comuni e le atrocità
La battaglia si è concentrata in piazza Ramses: lancio di gas lacrimogeni da parte della polizia, raffiche dagli elicot­teri militari, spari dal centrale ponte 15 maggio. E sul Web hanno cominciato a circolare immagini di fosse comuni ri­trovate dagli agenti di fronte alla mo­schea di Rabaa, opera degli islamisti.

I Fratelli: «Resistenza a oltranza»
Il governo: «Complotto terrorista»
La Guida suprema dei Fratelli Musul­mani, Mohammed Badie, ha incitato al­la “resistenza”: «Il popolo che manifesta pacificamente nonostante la ferocia del colpo di Stato militare, resisterà fino a quando il golpe svanirà». La Fratellanza ha promesso «settimane di proteste». E ha accusato Washington di aver orga­nizzato il golpe anti-islamista. Per par­te loro, gli attivisti di Tamarod (anti-Morsi) hanno invece chiesto alla popo­lazione di mobilitarsi, proteggendo i quartieri, così come i luoghi di culto mu­sulmani e cristiani, dai «terroristi». Il go­verno, impermeabile alle critiche, ha re­so noto che sta «combattendo contro un malvagio complotto terrorista».

I Ventotto: subito un vertice
«Rivedere aiuti e rapporti»
Ma ieri è stata anche la giornata della forte presa di posizione da parte dell’Unione Europea: con toni inusitatamen­te duri, il capo della diplomazia Ue, Catherine Ashton, ha dichiarato che la responsabilità del massacro in corso ri­cade massicciamente sul governo ad interim egiziano, così come sull’am­pia leadership politica, intendendo il fronte che ha appoggiato la deposi­zione di Morsi. Su richiesta di Francia e Germania, i ministri degli Esteri dei 28 si incontreranno a Bruxelles lunedì per una «concertazione urgente». Pa­rigi, peraltro, non esclude che, per fa­re pressione sul Cairo, si possano so­spendere gli aiuti Ue all’Egitto, pari a 500 milioni di euro. Anche la Germa­nia «riesaminerà le sue relazioni con l’Egitto», si legge in un comunicato di Berlino, che sconsiglia viaggi in Egitto, al pari di Madrid. Londra chiede l’in­vio di osservatori Ue. Nell’attesa, le ca­pitali europee si sono già confrontate: il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hol­lande ne hanno discusso telefonica­mente, poi è stata la volta di un dialo­go fra Parigi e Londra, seguito da uno scambio di idee fra il premier italiano Enrico Letta e Hollande. Anche il mi­nistro degli Esteri italiano Emma Bo­nino, che ha chiesto un «vertice im­mediato » sulla crisi, ha avuto uno scambio con Ashton per «concordare» un approccio comune.

Nuove dimissioni «eccellenti»
Oscurata la tv «al-Jazeera»
Al Cairo, dopo le dimissioni eccellenti del vice premier Mohammed al-Baradei, ie­ri ha lasciato l’incarico anche Khaled Dawood, portavoce del Fronte di salvez­za nazionale egiziano, piattaforma degli oppositori anti-Morsi nel recente passa­to. Fuori dalla capitale, infine, si segnala la caccia all’uomo governativa, con una serie di arresti tra i leader dei Fratelli mu­sulmani nella provincia di Beheira, sul Delta del Nilo, e ad Assiut. Infine, ancora si contano i morti di una mattanza che ha avuto come giorno clou mercoledì: 623 i morti in 48 ore secondo dati ufficiali, ol­tre 4mila per la Confraternita. Gli agenti uccisi sono 67. Ultimo dato: la tv panara­ba al-Jazeera è stata oscurata. Perché? Per­ché il governo la considera pro-Morsi.

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May 08, 2014 at 02:00AM

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26/08/2013

La guerra in Siria: gli appelli e la solidarietà di Benedetto XVI e Papa Francesco | Aleteia

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L’impegno continuo della Santa Sede per far tacere le armi e aprire le vie del dialogo

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February 03, 2032 at 01:00AM

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